Anticipazione su Nuovi Argomenti 36, 2006


Franco Buffoni, RIFLESSIONE SUL FARE POETICO
1. Roland Barthes sosteneva che fu un musicista - Robert Schumann - ad avere, meglio di chiunque altro, praticato e capito l’estetica del frammento: definiva il frammento “intermezzo”. E moltiplicò a tal punto nelle sue opere gli intermezzi che, alla fine, tutto ciò che scriveva era “intercalato”. Ma tra che cosa e che cosa, si domandava Barthes. Che cosa vuol dire una pura successione di intermezzi?
2. Allo stesso modo potrei dire del mio rapporto con la scrittura in versi. Consiste di frammenti poetici che io continuo a produrre. Come un flusso di lava più o meno forte, ma abbastanza costante. Poi i frammenti si compongono divenendo le tessere di un mosaico, e io stesso stento a capacitarmi della precisione con cui esse finiscono col combaciare.
3. Col tempo mi sono convinto che il collante misterioso - la forza unificante - che mi permette di inanellare gli intermezzi e quindi di scrivere dei libri in poesia è la mia “poetica”. Come diceva Pasolini del film montato e finito: solo allora quella storia diventa morale. Solo quando i frammenti naturalmente si compongono mi rendo conto dell’estrema pertinenza per me della definizione anceschiana di poetica (“la riflessione che gli artisti e i poeti compiono sul loro fare, indicandone i sistemi tecnici, le norme operative, le moralità e gli ideali”) e dell’importanza del concetto anceschiano di “progetto”.
4. Il punto fondamentale è per me di stabilire quando il progetto diventa opera, così da indurmi a unificare con sicurezza gli intermezzi. Di libro in libro constato un progressivo avvicinamento nel tempo di tale momento. Credo di avere raggiunto un certo equilibrio con Il profilo del Rosa. Dagli intermezzi si schiuse il progetto e si chiamò Nella casa riaperta. Era il 1993. L’anno successivo uscì una plaquette con questo titolo, che costituì una sorta di prova d’orchestra del progetto. Il libro le si costruì attorno - testo dopo testo, frammento dopo frammento - nei sei anni successivi.
5. Mi capita di scrivere due (o persino più) libri contemporaneamente. Di seguire cioè due o più “progetti” in differenti fasi di elaborazione. Mentre Il profilo del Rosa era già delineato, nel 1995 mi accadde di rinvenire casualmente una cassetta di metallo coi documenti di guerra di mio padre. Passai l’estate del 1996 a tradurre quelle paginette leggerissime scritte in stenografia senza sapere che cosa ne avrei tratto; sapevo solo che ne ero attratto, che avevo voglia di leggere quelle sue pagine. Oggi posso dire che, negli stessi anni in cui Il profilo del Rosa diventava libro (e dunque diventava “morale”), andava formandosi il progetto di Guerra.
6. Il punto concettuale credo sia di stabilire qual è il mio grado di consapevolezza del “tutto” mentre scrivo gli intermezzi. La risposta che riesco a darmi è che tale grado è andato crescendo con il passare dei decenni. Negli anni ottanta, al tempo di Quaranta a quindici o ancor più de I tre desideri, era piuttosto esiguo. Per non dire della prima raccolta del 1979 Nell’acqua degli occhi. Non che disconosca le poesie (gli intermezzi) che compongono quelle raccolte. Al contrario: mi sento ancora ben rappresentato da quei versi, tanto che sovente mi capita di estrapolarne alcuni (cfr. “Voi che domani sarete medici e avvocati / staccherete denti d’oro / dritti con gli scalpelli / proprio nel punto là dove si dividono le ferrovie / nella casuale bestialità delle montagne”: si leggono in Guerra, ma sono già presenti nei Tre desideri) o di immettere interi testi nella nuova raccolta (“Come un polittico” è nei Tre desideri e apre in corsivo Il profilo del Rosa). Ma con difficoltà riesco a pensare a quelle mie prime raccolte come a dei libri.
7. Sull’equivalenza tra singola poesia e intermezzo o frammento ovviamente ci sarebbe molto da dire. Anche nelle mie prime raccolte alcuni testi sono contemporaneamente poesia e frammento o intermezzo (la poesia è il frammento), mentre altri testi sono il risultato della fusione di due o più frammenti. Un procedimento - quest’ultimo - che nel Profilo del Rosa ho voluto scarnificare - in particolare nella prima sezione - giungendo a presentare la “pagina” di poesia con tre intermezzi, il primo in alto a destra, il secondo a centro pagina, il terzo in basso a destra. E non necessariamente quella centrale è la tessera essenziale per comprendere il senso dell’intera pagina.
8. In che cosa si differenzia il processo che sto tentando di descrivere dal canonico rapporto tra testo e macrotesto? Dalla sequenza, dalla disposizione, dai criteri di ordinamento seguiti dal poeta nell’inanellare i singoli testi - si dice - è possibile per lo studioso comprendere molto del suo “messaggio” (personalmente preferisco parlare di “progetto”): occorre dipanare la matassa macrotestuale per capire veramente Ossi di seppia e Diario di Algeria. Il processo che cerco di descrivere si differenzia semplicemente perché comincia prima. In sostanza il passaggio significativo testo-macrotesto rimane, ma ve n’è uno precedente - intermezzo/i-testo (o frammenti-testo) - che mi appare ugualmente o persino più significativo.
9. Scrivo queste note nel mese di luglio del 2006. Guerra è uscito da otto mesi: vi ho lavorato fino alle terze bozze (ottobre 2005), ma l’ossatura del libro - la sua consistenza macrotestuale - risale al 2001. Dal 2002 quel fluire di frammenti o intermezzi che ho descritto al punto 2 si è andato sempre più diradando dal registro di Guerra per occuparne un altro, che oggi definisco Noi e loro.
10. Nell’estate del 2004 ho capito che quei frammenti di intonazione esotico-erotica - che nulla avevano a che fare con Guerra e che cominciavano a intasarmi l’apposita cartellina - appartenevano a un progetto: un progetto descrittivo di due esclusioni (Nota I). Allora ho cominciato a lavorare seriamente al nuovo progetto. La prima fase - quella dei frammenti che vanno a intasare la cartellina - non è del tutto consapevole: non so ancora precisamente che cosa sto facendo. In realtà sto scrivendo le poesie migliori del nuovo libro. Ma non me ne rendo conto. La fase della consapevolezza giunge successivamente, con il passaggio dagli intermezzi ai testi, e in filigrana la visione scheletrica del macrotesto. (Nota 2).
11. Il lavoro su Noi e loro sarà ancora lungo, ma sarà lavoro di bulino: ormai da più di un anno gli intermezzi con quella intonazione sono andati diradandosi, e quando giunge qualcosa è un già detto: mi tornano gli stessi versi (o simili) e non mi ricordo se li ho già scritti (non sono ancora padrone del libro, non lo maneggio con facilità) così li riscrivo, ma so già che poi mi toccherà confrontare e scegliere tra diverse versioni dello stesso intermezzo con lievi varianti.
12. Questa fase è noiosa. E’ la fase degli intermezzi ripetitivi: ho la sensazione di avere già scritto un certo passaggio, ma non ho la possibilità materiale e/o psicologica di controllare (“materiale”, perché non viaggio col dattiloscritto; “psicologica” perché anche se sono a casa, oppure ho con me il portatile, non mi va di violare il libro per appurare se un certo verso già esiste: sciuperei il piacere di una successiva, concentrata lettura). Per sicurezza riscrivo.
13. Che cosa invece mi piace di questi mesi? Mi piacciono due cartelline - che si vanno sempre più gonfiando - una la tengo a Roma, l’altra a Gallarate. Su quella di Roma c’è scritto Morte; su quella di Gallarate c’è scritto Terreno. La mia voglia più grande? E’ un po’ la sindrome del salvadanaio. So che passerò giorni e notti di febbrile gioia - esaltazione, spossatezza, ritorno di voglia, timori, delusioni, e di nuovo voglia di rileggere - quando aprirò quelle cartelline e ne disporrò sul tavolo grande il contenuto.
Nota I - DUE TRAFILETTI (DUE BALZI)
La località denominata Balzi Rossi, nei pressi di Ventimiglia – nota agli studiosi di antropologia per i rilevanti ritrovamenti fossili – veniva spesso menzionata in epoca pre-Schengen nei fatti di cronaca legati alla immigrazione clandestina tra Italia e Francia. Il treno in quel punto impervio è costretto a rallentare permettendo con un salto l’entrata senza controlli in territorio francese; ma il sentiero è poi molto scosceso e di notte pericoloso.
Il trafiletto di cronaca era posto accanto a quello del suicidio di un adolescente, gettatosi da un cavalcavia della tangenziale est di Milano. Perseguitato dai compagni di classe per la sua effeminatezza, lasciò un biglietto: “Spero di risvegliarmi in un mondo più gentile”.
I due trafiletti di cronaca, posti così casualmente vicini, mi paiono ancora oggi efficaci per descrivere il terreno comune a due esclusioni, che la cronaca contemporanea vede ascrivibili alla Bossi-Fini da un lato e all’avversione ai Pacs dall’altro. Questo è l’argomento del libro che sto scrivendo - Noi e loro - dal quale traggo anche i tre testi successivi, legati a esperienze di questi ultimi mesi.
I
Voleva superare l’inevitabile il pieno
Scanalare i cinquecento franchi
Sulla parete rossa
E governare la scanalatura
Scendendo tra i balzi dove
Il trenomare frena
Il clandestino curdo
Precipitato ieri
Nel tratto impervio a mezza costa
Tra Mentone e Ventimiglia.
II
Gentile. Giovane fragile bello
E gentile. Una condanna per te
Solamente
Una fuga
Dal parapetto del cavalcavia
Sperando di risvegliarti
L’hai scritto nel biglietto
In un mondo più gentile.
Nota 2 - Alcuni testi già compiuti
SE LO DISSERO I DUE
Se lo dissero i due domani sera
Che tra loro si poteva fare
Anche di più,
Basta che tu
Per la casa ti accontenti.
Il letto giù.
Così grattandosi la nuca un finitore
E lucidatore di pezzi meccanici
Sotto il cartello che ricercava
Urgentemente operaio con esperienza
In fonderia alluminio
Conobbe un fresatore con due anni di esperienza
Che lì accanto scuoteva il capo col caffè.
Mentre a calcetto tornavano a giocare
I tornitori su torni paralleli
E dei saldatori con esperienza di disegno
Il gruppetto si scioglieva.
Noi ormai ce ne stiamo a parlare tra noi,
Loro a insultarci ma con cautela,
Io stesso a volte me ne accorgo dopo.
PIAZZA AUGUSTO IMPERATORE
Da troppo tempo chiusa per lavori
E’ un parcheggio abusivo
Piazza Augusto imperatore
Attorno al mausoleo.
Tre gli egiziani che reggono il business
Più un aiuto, un giovane nipote
Nabil Alì, di turno a mezzanotte.
Perché gli raccontassi le parole italiane
Sorrideva, era una festa solo se passavo
Di birra o di gelato, di accendino. Mi aspettava
Ripassando il condizionale
Scritto in matita su un taccuino.
Una sera le macchine dei vigili
Ruppero l’incanto, gli zii arrestati
E per lui girare al largo.
Ma forse sarei passato
E allora un grido flebile
Ruppe il silenzio dei vigili presenti
“Sono qui... sono qui”, proveniente dal basso,
Due carboni accesi nel buio i suoi occhi
Dal cuore di Augusto.
A FREGELLAE COME CARTAGINE DISTRUTTA
A Fregellae come Cartagine distrutta
Furtivi orsetti bruni oggi scavate
Per pochi resti di colonne
E frammenti di vetro.
Nulla di intatto perverrà a chi vi manda,
Un patto scellerato col traditore Quinto
Condannò a devozione la città.
Come Cartagine,
Donde venite voi
Scavatori clandestini
Qui ad alternare Literno pomodori.
E non fu per diritto negato di cittadinanza
Che i fregellani insorsero
E Roma vendicò l'insulto?
Il permesso di soggiorno domandate,
E scavate, scavate...
A Fregellae come Cartagine: Distrutta nel 125 a.C. dal pretore romano Lucio Opimio, in seguito al tradimento dei propri concittadini da parte di Quinto Numitorio Pullo (esecrato persino da Cicerone), di Fregellae restano le rovine nei pressi della moderna Ceprano, tra Frosinone e Cassino. Rovine sulle quali venne consumato il rito della devotio, la consacrazione - con tremende formule di esecrazione - del suolo della città distrutta alle divinità degli Inferi: una sorte che nel II sec. a. C., come ricorda Macrobio, Fregellae condivise con Cartagine e Corinto. La ribellione dei fregellani era nata dalla mancata concessione da parte di Roma del diritto di cittadinanza.
cfr. Nuovi Argomenti 36, V, 2006